Perché fare ear training?

Perché fare ear training?

scritto da Luca Ridolfo

Ricordo ancora i momenti passati in Conservatorio durante le lezioni di ear training. Ricordo le facce tranquille (quelle degli “orecchio assoluto”), quelle dubbiose degli orecchio relativo, e gli sguardi totalmente smarriti (quelli dei batteristi).

Se questa scena ti è familiare, in questo articolo andrò a parlare dell’importanza dell’ear training e di come applicarla. Anche se non hai affrontato un percorso di studi, sicuramente avrai provato software musicali come EarMaster o Auralia per migliorare il tuo orecchio.

Non so quale sia la tua esperienza, ma la sensazione che ho avuto quando ero in Conservatorio è di come questa materia venga trattata in maniera asettica. Stessa cosa per quanto riguarda i software di ear training. In poche parole, gli esercizi proposti sono decontestualizzati dalla musica vera e propria.

Sapevo che era importante avere un buon orecchio allenato, ma non come applicare operativamente gli esercizi fatti durante le ore di questa materia.

Avevo come l’impressione di non connettere tutti i puntini per avere il disegno completo.

Dopo vari anni di studio, scoprii nuovi dettagli…

La master research

Per chi non mi conoscesse, ho frequentato un master in piano jazz di due anni presso il Royal Conservatory of The Hague qui in Olanda. L’argomento trattato nella mia ricerca era il voice leading nell’accompagnamento pianistico, e di come questo potesse influenzare le scelte del solista e del bassista e viceversa.

Senza entrare nei dettagli, la premessa più importante stabiliva come ogni componente del gruppo debba ascoltare le scelte armoniche altrui. In questo modo, i membri del gruppo comunicano tra loro con una certa intesa. Senza questa si viene a creare una discrepanza tra le varie idee melodiche e armoniche, dando quella sensazione di “mancanza di interplay”.

Di conseguenza, è fondamentale essere in grado di percepire le idee musicali altrui ed eventualmente rispondere a queste (ne parlerò in un futuro articolo). In altre parole, se vuoi suonare meglio con gli altri devi capire come questi suonino e quali scelte adoperino in determinati passaggi; a questo punto stabilirai se essere congruente o meno con le loro scelte – in una frazione di secondo. E’ possibile eseguire tutto ciò in vari modi: il metodo più efficace è quello di avere l’orecchio allenato che permette di percepire le soluzioni degli altri musicisti mentre si suona.

“Ok Luca, tutta una figata sta teoria della putenza dell’orecchio però… quando io suono alla Jam mi bevo una birra e lascio spazio alla fantasia e al mio estro artistico”…

Capisco benissimo quello che dici; finché ho avuto la chiara conferma che chi suona ad alto livello possiede questa abilità tanto da venirgli naturale. Infatti, un giorno ho avuto l’occasione di seguire..

Una Masterclass di Brad Mehldau

Ho avuto la fortuna di partecipare a una delle poche masterclass che tiene, nel mio caso ad Amsterdam. Ascoltandolo parlare a proposito di musica, la cosa che mi ha fatto impazzire di lui è il suo livello di dettaglio, l’attenzione al particolare. E’ una cosa incredibile!

Ma la cosa più eccitante è che mi ha fatto capire che ero nella giusta strada nella mia tesi. Leggi cos’è successo…

Brad ha invitato alcuni ragazzi del Conservatorio a suonare per lui. Si è presentato un quartetto e ha iniziato a suonare Solar.

Ad un certo punto, Brad ferma tutto, si complimenta del livello dei ragazzi e dice al pianista “per favore, adesso cerca di essere concorde con le scelte armoniche del solista”. I quattro risuonano ed era abbastanza chiaro come il pianista non avesse inteso al cento per cento quello che Brad intendeva.

Al che, li ferma di nuovo, fa spostare il pianista dal piano e si siede lui…

one, two.. one two three four..

…e via ad accompagnare il solista, in una maniera  a dir poco strepitosa. Lo ha seguito dappertutto. Tutte le scelte fatte dal sax venivano prese e inglobate nell’accompagnamento di Brad. Non c’era scala, target notes o quant’altro che gli sfuggisse. Una cosa incredibile!

Ed è qui che ho capito che avevo ragione: la mia tesi aveva senso e non era solo frutto della mia immaginazione!

“ok Luca, ma Brad è sovraumano, è impossibile essere come lui, neanche se mi ritiro nella stanza dello spirito del tempo di Dragon Ball riesco a diventare come lui”.

Su questo non ci sono dubbi. Credo però che, come tutte le abilità, anche questa possa essere sviluppata se affrontata per gradi e con un giusto metodo di apprendimento. A questo punto, come si potrebbe affrontare il tutto?

Innanzitutto bisognerebbe avere un bel bagaglio di sonorità a mente. Questo è possibile affrontarlo con gli esercizietti che tutti fanno a lezione di ear training o con programmi tipo Auralia oppure semplicemente trascrivendo.

Possiamo trovare una maniera più pratica per interiorizzare i suoni?

Si potrebbe per esempio fare una serie di vari ascolti e cercare di capire quali scale, quali alterazioni, stanno suonando i solisti. Stessa cosa per delle classi di musica d’insieme. Si potrebbe ascoltare una versione di uno standard e capire i changes suonandoci sopra, senza grosse pretese di interiorizzare tutte le informazioni al primo colpo. 

Ho avuto modo di  sperimentate queste idee in prima persona durante il mio percorso di studi e credo possano essere una valida alternativa per lo sviluppo dell’orecchio, anziché praticare esercizi non aventi implicazione pratica.

In Conclusione

Per concludere questo articolo, ritorniamo alla domanda iniziale:

perché fare ear training?

La risposta più sensata che mi viene a mente è:

“per fare musica”.

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Luca Ridolfo è un pianista jazz italiano, attivo nella didattica da più di dieci anni.  Con pianofortejazz.it vuole rendere lo studio del Jazz alla portata di tutti con contenuti chiari e pratici.
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